Con tante e nuove norme in arrivo, McKinsey stima meno profitti per gli istituti di credito e più costi per i clienti
Impresa strozzata, banche all’asciutto: una logica perversa
La Banca centrale europea ieri ha parlato: gli istituti di credito del continente ritengono sempre più rischioso concedere credito alle imprese, con queste ultime che aumentano la probabilità di essere insolventi. A loro volta le banche – ha spiegato l’Eurotower nel suo bollettino mensile – hanno crescenti difficoltà a finanziarsi sul mercato. Tanto che il 53 per cento degli investitori intervistati dall’agenzia di rating Fitch ritiene che le condizioni di credito degli istituti peggioreranno (lo pensava “solo” il 43 per cento ad aprile e il 38 per cento a gennaio).
19 AGO 20

La Banca centrale europea ieri ha parlato: gli istituti di credito del continente ritengono sempre più rischioso concedere credito alle imprese, con queste ultime che aumentano la probabilità di essere insolventi. A loro volta le banche – ha spiegato l’Eurotower nel suo bollettino mensile – hanno crescenti difficoltà a finanziarsi sul mercato. Tanto che il 53 per cento degli investitori intervistati dall’agenzia di rating Fitch ritiene che le condizioni di credito degli istituti peggioreranno (lo pensava “solo” il 43 per cento ad aprile e il 38 per cento a gennaio). Perciò, sostiene l’82 per cento dello stesso campione, è necessario che Mario Draghi attivi un’altra asta di rifinanziamento a lungo termine (Ltro) a tassi convenienti.
Come se lo scenario non fosse abbastanza cupo, nei corridoi degli istituti di credito s’iniziano a stimare anche i costi (futuri) delle nuove regole stabilite per il settore. Perché sarà pure vero, come hanno scritto da fronti (ideologici) opposti gli economisti Luciano Gallino e Luigi Zingales, che a quattro anni dall’inizio della crisi i governi mondiali si sono limitati a raccomandare, esaminare e riflettere in tema di riforma del sistema finanziario, ma nuove regolamentazioni per le banche tradizionali concentrate sulla clientela retail ci sono eccome. Un report appena pubblicato dalla società di consulenza McKinsey – che di banchieri ne ha sfornati più di uno, da Alessandro Profumo ora presidente di Mps al ministro Corrado Passera ex capo di Intesa Sanpaolo ma anche all’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi – avverte: “Le banche commerciali europee stanno entrando in un periodo di riforme normative che promette di lasciare il segno su ricavi, profitti e margini. E forse di modificare i tradizionali modi in cui gli istituti fanno business”.
McKinsey, gruppo che offre i suoi servizi a oltre l’80 per cento delle società presenti nella lista “Most Admired Companies” di Fortune, fa conti poco rassicuranti per i banchieri: il Roe, ossia quanto rende il capitale proprio investito nelle banche, indice attentamente osservato dagli investitori, è atteso in calo in media del 41 per cento, passando dal 10 al 6 per cento (assumendo l’effetto cumulativo di tutti i cambiamenti). Quattro i paesi studiati: Francia (dove il calo sarà del 29 per cento), Italia (meno 40 per cento), Germania (meno 47), e Regno Unito (meno 48). Ma se è la City che sperimenta la caduta più traumatica, è invece Roma che alla fine dovrebbe vedere ridursi al lumicino i ritorni già falciati dalla crisi. Così nel nostro paese il ritorno sul capitale investito (sempre il Roe) passerà dal 5 al 3 per cento, dietro la Germania (dal 7 al 4), la Gran Bretagna (dal 14 al 7) e la Francia (dal 14 al 10). Il che può sembrare un problema minore nel maremoto della crisi dell’euro che mette in discussione la stessa sopravvivenza del sistema, con le banche spagnole zavorrate dalle sofferenze immobiliari che hanno dovuto alzare bandiera bianca e le sofferenze in aumento un po’ ovunque. Ma mette in guardia McKinsey: “Un motivo rilevante per cui le banche più o meno in difficoltà hanno basse valutazioni in Borsa e problemi nel raccogliere capitale è proprio il timore legittimo degli investitori sulla profittabilità”. La madre di tutte le riforme, quella che presa da sola avrà l’impatto maggiore, è la famigerata Basilea III. Nata nella crisi, comporta un rafforzamento dei requisiti di solidità e liquidità: più capitale e di migliore qualità a garanzia degli attivi, più liquidità e meno leva. Nelle cifre ricordate da McKinsey, con i 114 miliardi chiesti dall’Eba, si tratta per le banche europee di raccogliere nel complesso 1.100 miliardi di euro prima del 2021.
Uno sforzo che, dopo la crisi e le richieste dell’Eba per il rischio spread (a causa delle potenziali perdite sopportate dalle banche per la perdita di valore dei Btp italiani), spingerà il sistema verso ulteriori fasi di credit crunch, ovvero di stretta creditizia. Eppure non c’è solo Basilea 3, si legge nel report. A pesare sulla profittabilità, “è l’impatto cumulato di diverse altre normative”: dalla direttiva europea sui mutui, alla revisione della direttiva europea sugli strumenti finanziari (Mifid II), dalla direttiva europea sui servizi dei pagamenti (Sepa) a diverse iniziative nazionali soprattutto per Gran Bretagna e Germania. “Prese tutte insieme, hanno un impatto serio che aumenterà anche i costi per la liquidità, il funding, e le altre attività”, rileva McKinsey. I mutui e i prestiti alle piccole imprese saranno tra i più colpiti in tutti e quattro i mercati. Per esempio il ritorno sui mutui in Italia passerà “dall’11 al 6 per cento”.
E’ chiaro che le banche non staranno a guardare i loro ricavi ridursi e i margini assottigliarsi. E stanno già cercando di correre ai ripari: dovranno migliorare l’uso e l’efficienza del capitale, del funding e della liquidità, migliorando le informazioni su clienti e prestiti, cambiare i prodotti offerti e le loro caratteristiche (per esempio stanno già evitando eccessive linee di credito) e nel lungo termine riposizionare il loro business facendo più attenzione al ritorno dei singoli prodotti. Insomma si tratte di fare meglio il proprio mestiere in un mercato con margini assottigliati. L’alternativa, plausibile e allo stesso tempo allarmante, è il cosiddetto “repricing”, ovvero l’aumento dei costi di prodotti e servizi offerti (anche se secondo alcuni si tratta piuttosto di un realistico riallineamento del costo a valori accettabili per compensare il rischio). “Dopo che i costi di produzione (del lavoro o dell’energia) aumentano in maniera sostanziale – spiega Mckinsey con un parallelo con le realtà industriali – ogni impresa cerca di passare parte di questi costi sulle spalle dei consumatori. Il retail banking non funziona diversamente”. Per fare ciò, gli istituti potranno aumentare i prezzi di carte di credito, mutui, prestiti e servizi di consulenza. Tecnicamente tutto questo non è sinonimo di “credit crunch”, ma all’afflusso di credito verso l’economia non gioverà, anzi.